lunedì 9 agosto 2010

in profumo di ramadan

il weekend ho raggiunto il gruppo di veneti arditi sul mar morto, e li ho seguiti nel loro viaggio verso sud passando per la ex-fortezza di masada e poi attraverso il deserto fino alla ridente cittadina di eilat (aggettivo fin troppo encomiastico) sulla terra di di israele stretta tra egitto e giordania sul mar rosso.
nel frattempo la mia permanenza qui sta acquistando una buona dose di abitudinarietà.
sarà il ramadan imminente, la gente pare tutta eccitata in questi giorni. le case si imbelliscono con lucine colorate lampeggianti, forme geometriche strane e qualche mezzaluna con una stella al centro.
in vista dell'evento, ne approfittiamo per un'ultima colazione della metà mattina con i colleghi dell'ufficio. ritornare a hebron è quasi un ritornare alla normalità, dopo il mondo di luci e plastica visto a eilat, fondata non più di 60 anni fa. e più sto qua più sento quanto è necessario raccontare di fuori quello che si vede qui. come non manca di farti notare ogni domenica l'ingegnere dell'ufficio scherzando al ritorno al lavoro, perchè tu il weekend sei andato al mare magari, o al nord o dove ti pare, mentre loro son costretti a rimanere dentro il muro. e più mi sposto in giro per il Paese più si fa chiaro il piano lungimirante che ci sta sotto, la strategica guerra dell'accapparrarsi il terreno pezzetto per pezzetto. una casa, due, tre fino a occupare interamente la sommità di una collina, che diventa verde in mezzo a territori deserti da sempre usati in modo diverso (pastorizia, qualche coltura di sostentamento), senza alcuna appartenenza storica a un luogo di cui ci si appropria anche delle tradizioni culinarie e di costume come se lo fossero da generazioni, gente che viene dalla russia, america, etiopia, europa, nord africa, spinta da motivazioni diversissime: per credo fortissimo, per mancanca di alternativa, per situazioni di comodo (come gli ortodossi che vivono a spese dello stato, o quei coloni che sono finanziati per stare dove stanno..). e così nell'indifferenza generale si formano in territorio palestinese delle città collegate da strade, protette da muri, filo spinato, torri di controllo, check point con soldati svogliati diciassettenni spesso a disagio dentro quelle larghe divise (dura 3 anni il servizio di leva per gli uomini, e 2 per le donne). e così agli "altri" non resta che accettare con passività una situazione di fatto, in cui si ritrovano a vivere in specie di isole scollegate tra loro.
e poi cerco di immaginarmi queste fabbriche in cina in cui si producono insieme i gadget israeliani e palestinesi, e le crocine di ulivo che comprano i pellegrini cristiani di tutte le professioni, e mi dico che almeno lì staranno in pace. o ci sarà una priorità anche lì nella produzione, qualcuno che deve stare primo per forza (con la forza)?

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domani reincontriamo l'ingegnere della municipalità, stavolta abbiamo stampato una mappa su 4 fogli A4, speriamo di riuscire a capirci qualcosa di più.